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Gli scioperi del 1943, la Resistenza, gli scioperi del 1944, la deportazione

A Torino, alle ore 10 del 5 marzo 1943, gli operai dell’Officina 19 dello stabilimento Fiat di Mirafiori fermarono le macchine dando inizio a un grande sciopero antifascista. Venne organizzato un corteo interno e in men che non si dica fu trascinato in sciopero l’intero stabilimento. I lavoratori rivendicavano il pagamento per tutti dell’indennità di sfollamento (192 ore di straordinario) e quella per il caro-vita, ma invocavano anche la fine della guerra, gridando in faccia ai sorveglianti e alla milizia fascista che tentavano di farli tornare al lavoro con le minacce: "Vogliamo vivere in pace".
Il regime rispose con arresti ed esecuzioni, ma la protesta non si placò. Fu la miccia che accese le polveri di un malcontento che esplose in tutte le grandi fabbriche del Nord.
Gli scioperi del marzo 1943 rappresentano il primo eroico atto di resistenza e segneranno l’inizio della fine del fascismo.

Alla vigilia dei grandi scioperi del marzo 1943 l’Italia aveva già subito un ventennio di regime totalitario e tre anni di una guerra ingiusta che la stava dissanguando. Per sostenere questa guerra, ogni mese il governo fascista sottraeva al Paese miliardi e miliardi di lire; nel contempo sui vari fronti di guerra morivano decine di migliaia di soldati, causando gravi lutti nelle famiglie italiane.

Gli scioperi dunque scaturivano da una situazione sempre più insopportabile: ritmi di lavoro pesantissimi, bassi salari, mancanza di generi alimentari (quelli acquistati con la tessera non raggiungevano il minimo vitale, mentre quelli al mercato nero avevano costi altissimi). Insieme alle rivendicazioni economiche c’era anche la forte richiesta di far cessare la guerra.
Numerose furono le agitazioni e gli scioperi, soprattutto nelle fabbriche torinesi (in particolare alla Fiat) e in Lombardia. A Sesto San Giovanni, il 22 marzo 1943, nei reparti bulloneria tubi e lamiere della Falck Concordia, gli operai scioperarono. Ci furono scioperi anche in alcune sezioni della Breda e in altre fabbriche sestesi. Alla Ercole Marelli, alle ore 10 del 23 marzo, al suono della sirena scesero in sciopero tutti i mille lavoratori.
L’intervento dei dirigenti fascisti provocò tafferugli e l’arresto di oltre venti operai di Falck, Breda, Ercole Marelli e Pirelli, che vennero deferiti al Tribunale Militare di Milano, processati e condannati.
Nella notte del 24 marzo i fascisti arrestarono nelle loro case Giulio Casiraghi e l’ingegnere Umberto Fogagnolo, che saranno fucilati il 10 agosto del 1944 in piazzale Loreto.

La crisi del regime fascista culminò il 25 luglio 1943 con la caduta di Mussolini. Ma dopo l’Armistizio dell’8 settembre, firmato con gli anglo-americani, la guerra non terminò. Le forze armate, lasciate senza precisi ordini, si sbandarono. Molti soldati abbandonarono la divisa militare per tornare verso casa, altri furono catturati dall’esercito germanico e deportati nei Lager.
La ritorsione degli ex-alleati nazisti non si fece attendere, l’Italia fu immediatamente occupata. Molti giovani entrarono in clandestinità e iniziarono a formarsi le prime Brigate partigiane. Erano giovani spinti dal sentimento comune di opposizione ai nazisti e ai fascisti, dal desiderio di partecipare alla creazione di un Paese più libero, dal rifiuto di andare a combattere con l’esercito della R.S.I (Repubblica Sociale Italiana) e dalla paura di finire a lavorare in Germania.

Dall’1 all’8 marzo 1944 i Comitati segreti di agitazione del triangolo industriale organizzarono uno sciopero generale. Il sostegno di tutti i partiti del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) fu unanime e il Partito comunista clandestino vi profuse uno straordinario impegno organizzativo. Le fabbriche furono bloccate, tecnici e impiegati scesero in sciopero al fianco degli operai. Le rivendicazioni erano di natura politica e la svolta nella conduzione delle lotte fu evidente. La repressione nazifascista fu durissima e fu attuata sulla base di precisi elenchi fatti compilare dalle direzioni aziendali.

Ci vollero due anni di dura lotta clandestina di decine di migliaia di partigiani. A questi si unirono soldati e ufficiali che si rifiutarono di aderire alla repubblica di Salò e comuni cittadini. Tutti contribuirono a liberare il nostro Paese dall’occupazione nazifascista e dalla vergogna di un regime totalitario che aveva condotto l’Italia al disastro, provocando miseria, sofferenze e lutti.

Per approfondire:
I partigiani da Le pietre raccontano
I deportati da Le pietre raccontano

Iniziativa del 24 aprile 2013 presso il Centro culturale Il Pertini in occasione del 70° anniversario degli scioperi del marzo 1943 e del 68° anniversario della Liberazione

Data ultima modifica: 1 settembre 2017

A Torino, alle ore 10 del 5 marzo 1943, gli operai dell’Officina 19 dello stabilimento Fiat di Mirafiori fermarono le macchine dando inizio a un grande sciopero antifascista. Venne organizzato un corteo interno e in men che non si dica fu trascinato in sciopero l’intero stabilimento. I lavoratori rivendicavano il pagamento per tutti dell’indennità di sfollamento (192 ore di straordinario) e quella per il caro-vita, ma invocavano anche la fine della guerra, gridando in faccia ai sorveglianti e alla milizia fascista che tentavano di farli tornare al lavoro con le minacce: "Vogliamo vivere in pace".
Il regime rispose con arresti ed esecuzioni, ma la protesta non si placò. Fu la miccia che accese le polveri di un malcontento che esplose in tutte le grandi fabbriche del Nord.
Gli scioperi del marzo 1943 rappresentano il primo eroico atto di resistenza e segneranno l’inizio della fine del fascismo.

Alla vigilia dei grandi scioperi del marzo 1943 l’Italia aveva già subito un ventennio di regime totalitario e tre anni di una guerra ingiusta che la stava dissanguando. Per sostenere questa guerra, ogni mese il governo fascista sottraeva al Paese miliardi e miliardi di lire; nel contempo sui vari fronti di guerra morivano decine di migliaia di soldati, causando gravi lutti nelle famiglie italiane.

Gli scioperi dunque scaturivano da una situazione sempre più insopportabile: ritmi di lavoro pesantissimi, bassi salari, mancanza di generi alimentari (quelli acquistati con la tessera non raggiungevano il minimo vitale, mentre quelli al mercato nero avevano costi altissimi). Insieme alle rivendicazioni economiche c’era anche la forte richiesta di far cessare la guerra.
Numerose furono le agitazioni e gli scioperi, soprattutto nelle fabbriche torinesi (in particolare alla Fiat) e in Lombardia. A Sesto San Giovanni, il 22 marzo 1943, nei reparti bulloneria tubi e lamiere della Falck Concordia, gli operai scioperarono. Ci furono scioperi anche in alcune sezioni della Breda e in altre fabbriche sestesi. Alla Ercole Marelli, alle ore 10 del 23 marzo, al suono della sirena scesero in sciopero tutti i mille lavoratori.
L’intervento dei dirigenti fascisti provocò tafferugli e l’arresto di oltre venti operai di Falck, Breda, Ercole Marelli e Pirelli, che vennero deferiti al Tribunale Militare di Milano, processati e condannati.
Nella notte del 24 marzo i fascisti arrestarono nelle loro case Giulio Casiraghi e l’ingegnere Umberto Fogagnolo, che saranno fucilati il 10 agosto del 1944 in piazzale Loreto.

La crisi del regime fascista culminò il 25 luglio 1943 con la caduta di Mussolini. Ma dopo l’Armistizio dell’8 settembre, firmato con gli anglo-americani, la guerra non terminò. Le forze armate, lasciate senza precisi ordini, si sbandarono. Molti soldati abbandonarono la divisa militare per tornare verso casa, altri furono catturati dall’esercito germanico e deportati nei Lager.
La ritorsione degli ex-alleati nazisti non si fece attendere, l’Italia fu immediatamente occupata. Molti giovani entrarono in clandestinità e iniziarono a formarsi le prime Brigate partigiane. Erano giovani spinti dal sentimento comune di opposizione ai nazisti e ai fascisti, dal desiderio di partecipare alla creazione di un Paese più libero, dal rifiuto di andare a combattere con l’esercito della R.S.I (Repubblica Sociale Italiana) e dalla paura di finire a lavorare in Germania.

Dall’1 all’8 marzo 1944 i Comitati segreti di agitazione del triangolo industriale organizzarono uno sciopero generale. Il sostegno di tutti i partiti del C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) fu unanime e il Partito comunista clandestino vi profuse uno straordinario impegno organizzativo. Le fabbriche furono bloccate, tecnici e impiegati scesero in sciopero al fianco degli operai. Le rivendicazioni erano di natura politica e la svolta nella conduzione delle lotte fu evidente. La repressione nazifascista fu durissima e fu attuata sulla base di precisi elenchi fatti compilare dalle direzioni aziendali.

Ci vollero due anni di dura lotta clandestina di decine di migliaia di partigiani. A questi si unirono soldati e ufficiali che si rifiutarono di aderire alla repubblica di Salò e comuni cittadini. Tutti contribuirono a liberare il nostro Paese dall’occupazione nazifascista e dalla vergogna di un regime totalitario che aveva condotto l’Italia al disastro, provocando miseria, sofferenze e lutti.

Per approfondire:
I partigiani da Le pietre raccontano
I deportati da Le pietre raccontano

Iniziativa del 24 aprile 2013 presso il Centro culturale Il Pertini in occasione del 70° anniversario degli scioperi del marzo 1943 e del 68° anniversario della Liberazione

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