FALCONE GIOVANNI

Nato a Palermo il 18 maggio 1939, studia alla Scuola Media Statale "Convitto Nazionale" di Palermo e successivamente al Liceo Classico "Umberto I" e, dopo una breve esperienza all’Accademia Navale di Livorno, si iscrive a Giurisprudenza all’Università degli Studi di Palermo, dove si laurea nel 1961 con una tesi sulla "Istruzione probatoria in diritto amministrativo".

Vince il concorso in Magistratura nel 1964 e per breve tempo è pretore a Lentini e poi sostituto procuratore a Trapani per dodici anni.

Arriva a Palermo nel luglio 1978. Dopo l’omicidio del giudice Cesare Terranova fa domanda e ottiene di lavorare all’Ufficio Istruzione, che sotto la successiva guida di Rocco Chinnici, diviene un esempio innovativo di organizzazione giudiziaria. Chinnici chiama al suo fianco anche Paolo Borsellino che diviene collega di Falcone nello sbrigare il lavoro arretrato di oltre cinquecento processi. Nel maggio 1980 Chinnici affida a Falcone le indagini su Rosario Spatola: un lavoro che coinvolge anche criminali negli Stati Uniti e all’epoca è osteggiato da alcuni altri magistrati.

Alle prese con questo caso, Falcone comprende che per indagare con successo le associazioni mafiose è necessario basarsi anche su indagini patrimoniali e bancarie, occorre ricostruire cioè il percorso del denaro che accompagnava i traffici e avere un quadro complessivo del fenomeno.
Scopre che gli stupefacenti venivano venduti negli Stati Uniti, così chiede a tutti i direttori delle banche di Palermo e provincia di mandargli le distinte di cambio in valuta estera dal 1975 in poi. Grazie a un attento controllo di tutte le carte richieste, una volta superate le reticenze delle banche e "seguendo i soldi", riesce a intravedere il quadro di una gigantesca organizzazione criminale: i confini di "Cosa Nostra".

Grazie a un assegno dell’importo di centomila dollari cambiato presso la Cassa di Risparmio di piazza Borsa di Palermo, Falcone trova la prova che Michele Sindona si trovava in Sicilia, smascherando quindi il finto sequestro organizzato a suo favore dalla mafia siculo-americana alla vigilia del suo giudizio.

Nei primi giorni del mese di dicembre 1980 Giovanni Falcone si reca per la prima volta a New York per discutere di mafia e stringere una collaborazione con Victor Rocco, investigatore del distretto est.

Sono anni tumultuosi che vedono la prepotente ascesa dei "Corleonesi" i quali impongono il proprio feudo criminale insanguinando le strade a colpi di omicidi. Emblematici i titoli del quotidiano palermitano "L’Ora" che arriva a titolare le sue prime pagine enumerando le vittime della drammatica guerra di mafia. Tra queste vittime anche svariati e valorosi servitori dello Stato come Pio La Torre, principale artefice della legge "Rognoni-La Torre" che introduceva nel codice penale il reato di associazione mafiosa, e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Infine lo stesso Chinnici al quale succede Antonino Caponnetto.

Caponnetto si insedia concependo la creazione di un "pool" di pochi magistrati che, così come sperimentato contro il terrorismo, possa occuparsi esclusivamente e a tempo pieno dei processi di mafia, col vantaggio di favorire la condivisione delle informazioni tra tutti i componenti e minimizzare così i rischi personali. Questo avrebbe inoltre garantito in ogni momento una visione più ampia ed esaustiva di tutte le componenti del fenomeno mafioso.

Nello scegliere i suoi uomini, Caponnetto pensa subito a Falcone per l’esperienza e il prestigio già da lui acquisiti, e a Giuseppe Di Lello, pupillo di Chinnici. Lo stesso Falcone suggerisce successivamente l’introduzione di Paolo Borsellino, mentre la scelta dell’ultimo membro ricade sul giudice più anziano, Leonardo Guarnotta.
La validità del nuovo sistema investigativo si dimostra subito indiscutibile e sarà fondamentale per ogni successiva indagine negli anni a venire.

Ma una vera e propria svolta epocale nella lotta alla mafia avviene con l’arresto di Tommaso Buscetta, il quale, dopo una drammatica sequenza di eventi, decide di collaborare con la Giustizia. Il suo interrogatorio, iniziato a Roma nel luglio 1984 in presenza del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e di Gianni De Gennaro del Nucleo operativo della Criminalpol, si rivelerà decisivo per la conoscenza non solo di determinati fatti, ma specialmente della struttura e delle chiavi di lettura dell’organizzazione definita "Cosa Nostra".

Le inchieste avviate da Chinnici e portate avanti dalle indagini di Falcone e di tutto il "pool" portano così a costituire il primo grande processo contro la mafia.

Questa reagisce bruciando il terreno attorno ai giudici: dopo l’omicidio di Giuseppe Montana e di Ninni Cassarà nell’estate 1985, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, si comincia a temere per l’incolumità anche dei due magistrati che vengono indotti, per motivi di sicurezza, a soggiornare qualche tempo con le famiglie presso il carcere dell’Asinara (incredibilmente dovranno pagarsi le spese di soggiorno e consumo bevande, come ricordava Borsellino in un’intervista), dove gettano le basi dell’istruttoria.

Il 16 novembre 1987, durante il "maxiprocesso" vengono emesse 360 condanne per complessivi 2665 anni di carcere e undici miliardi e mezzo di lire di multe da pagare, segnando un grande successo per il lavoro svolto da tutto il "pool" antimafia.

Nel dicembre 1986, Borsellino viene nominato procuratore della Repubblica di Marsala e lascia il "pool". Come ricordava Caponnetto, a quel punto gli sviluppi dell’istruttoria includono ormai quasi un milione di fogli processuali, rendendo necessaria l’integrazione di nuovi elementi per seguire l’accresciuta mole di lavoro. Entrano così a far parte del pool altri tre giudici istruttori: Ignazio De Francisci, Gioacchino Natoli e Giacomo Conte.

Se lo Stato aveva conseguito una vittoria memorabile, la partita è lungi dal considerarsi conclusa. Inoltre, Caponnetto si appresta a lasciare l’incarico per ragioni di salute e per raggiunti limiti di età. Alla sua sostituzione vengono candidati Falcone e Antonino Meli. Nel settembre 1987, dopo una discussa votazione, il Consiglio Superiore della Magistratura nomina Meli. A favore di Falcone vota anche il futuro procuratore della Repubblica di Palermo, Giancarlo Caselli, in dissenso con la corrente di Magistratura Democratica cui appartiene.
La scelta di Meli, motivata in base alla mera anzianità di servizio, piuttosto che alla maggiore competenza effettivamente maturata da Falcone, innesca amare polemiche e viene interpretata come una possibile rottura dell’azione investigativa. Borsellino stesso lancia a più riprese l’allarme a mezzo stampa, rischiando conseguenze disciplinari; esternazioni che di fatto non sortiscono alcun effetto.

Meli si insedia nel gennaio 1988 e finisce con lo smantellare il metodo di lavoro intrapreso, riportandolo indietro di un decennio. Da qui in poi Falcone e i suoi devono fronteggiare un numero sempre crescente di ostacoli alla loro attività.

La mafia intanto non ha abbassato la guardia e uccide l’ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco che aveva denunciato le pressioni subite da Vito Ciancimino durante il suo mandato. Dopo poco, i due membri del "pool" Di Lello e Conte si dimettono polemicamente. Non ultimo, persino la Cassazione sconfessa l’unitarietà delle indagini in fatto di mafia affermata da Falcone.

Il 30 luglio Falcone richiede addirittura di essere destinato a un altro ufficio, ma Meli, ormai in aperto contrasto con Falcone, come premonizzato da Borsellino, scioglie ufficialmente il "pool".
Un mese dopo Falcone ha l’ulteriore amarezza di vedersi preferito Domenico Sica alla guida dell’ "Alto Commissariato per la lotta alla Mafia".
Nonostante gli avvenimenti, Falcone prosegue ancora una volta il suo straordinario lavoro realizzando una importante operazione antidroga in collaborazione con Rudolph Giuliani, allora procuratore distrettuale di New York.

Il 21 giugno 1989, Falcone diviene obiettivo di un attentato presso una villa al mare affittata per le vacanze; su questo avvenimento, comunemente detto "attentato dell’Addaura" , ancora oggi non è stata fatta piena luce.
I sicari di Totò Riina e di altri mafiosi ritenuti mandanti, piazzano un borsone con cinquantotto candelotti di tritolo in mezzo agli scogli, a pochi metri dalla villa affittata dal giudice che stava per ospitare i colleghi Carla del Ponte e Claudio Lehmann. Il piano è probabilmente quello di assassinare il giudice allorché fosse sceso dalla villa sulla spiaggia per fare il bagno, ma l’attentato fallisce.
Inizialmente viene ritenuto che i killer non fossero riusciti a far esplodere l’ordigno a causa di un detonatore difettoso, dandosi quindi alla fuga e abbandonando il borsone. Vent’anni dopo, nuove ipotesi investigative avallerebbero invece la ricostruzione che l’ordigno venne reso inoffensivo nelle ore notturne antecedenti dagli agenti Antonino Agostino ed Emanuele Piazza, fintisi sommozzatori. Agostino e Piazza verranno poi assassinati.
Falcone dichiara a riguardo che a volere la sua morte si tratta probabilmente di qualcuno che intende bloccarne l’inchiesta sul riciclaggio in corso, parlando inoltre di "menti raffinatissime", e teorizzando la collusione tra soggetti occulti e criminalità organizzata, come avvenuto per l’omicidio Dalla Chiesa. Espressioni in cui molti leggono i Servizi Segreti deviati. Il giudice, in privato, si manifesta sospettando di Bruno Contrada, funzionario del S.I.S.De. (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica) che aveva costruito la sua carriera al fianco di Boris Giuliano. Contrada verrà poi arrestato e condannato in primo grado a dieci anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, sentenza poi confermata in Cassazione.

Al Palazzo di Giustizia di Palermo prende corpo anche la nota vicenda del "corvo" : una serie di lettere anonime (di cui un paio addirittura composte su carta intestata della Criminalpol), che diffamano il giudice e i colleghi Giuseppe Ayala, Giammanco Prinzivalli, più altri come il Capo della Polizia di Stato, Vincenzo Parisi e importanti investigatori come De Gennaro e Antonio Manganelli. In esse Falcone viene accusato soprattutto di avere "pilotato" il ritorno di un pentito, Totuccio Contorno al fine di sterminare i corleonesi, storici nemici della sua famiglia.

I fatti descritti vengono presentati come movente della morte di Falcone a opera dei "Corleonesi", i quali avrebbero organizzato il fallito attentato come vendetta per il rientro di Contorno, e non, si badi, per i decenni di inflessibile lotta senza quartiere che Falcone aveva scatenato contro di loro...
I contenuti, particolarmente ben dettagliati sulle presunte coperture del Contorno e sugli accadimenti all’interno del Tribunale, vengono alimentati ad arte sino a destare notevole inquietudine negli ambienti giudiziari, tanto che nello stesso ambiente degli informatori di polizia, queste missive vengono attribuite a un "corvo", ossia un magistrato.
Nonostante sul momento la stampa non lo spiegasse apertamente al grande pubblico, tra gli esperti di "cose di Cosa Nostra" (come Falcone) era risaputo che nel linguaggio mafioso tale appellativo designasse proprio i magistrati (per via della toga nera che indossano in udienza); le missive avrebbero così inteso insinuare la certezza che in realtà il "pool" operasse al di fuori dalle regole, immerso tra invidie, concorrenze e gelosie professionali.
Gli accertamenti per individuare gli effettivi responsabili portano alla condanna in primo grado per diffamazione del giudice Alberto Di Pisa, identificato grazie a dei rilievi dattiloscopici. Le impronte digitali, raccolte con un artificio dal magistrato inquirente, vengono però dichiarate processualmente inutilizzabili, oltre a lasciare dubbi sulla loro validità probatoria (sia il bicchiere di carta su cui sono state prelevate le impronte, sia l’anonimo con cui sono confrontate, erano alquanto deteriorati).

Una settimana dopo il fallito attentato, il C.S.M. (Consiglio Superiore della Magistratura) decide la nomina di Falcone a procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica.
Di Pisa, che tre mesi dopo davanti al C.S.M. avrebbe mosso gravi rilievi allo stesso Falcone sia sulla gestione dei pentiti che sull’operato, verrà poi assolto in Appello per non aver commesso il fatto.

Molti testimoni diretti dei fatti dell’ "Addaura" muoiono in circostanze sospette: Antonino Agostino, agente del S.I.S.De.., che si ipotizza lavorasse per proteggere Falcone, viene ucciso insieme alla moglie Ida Castelluccio il 5 agosto del 1989 da un commando in motocicletta. Emanuele Piazza, collega di Agostino al S.I.S.De., viene ucciso per strangolamento dalla mafia il 15 marzo 1990. Il microcriminale Francesco Paolo Gaeta, che quel giorno aveva casualmente assistito alle manovre militari intorno alla villa del giudice, viene ucciso a colpi di pistola il 2 settembre 1992. Il mafioso Luigi Ilardo, informatore del colonnello dei carabinieri Michele Riccio (che a questi aveva confidato di sapere che: "a Palermo c’era un agente che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro. Siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villagrazia quando uccisero il poliziotto Agostino") viene assassinato il 10 maggio 1996, qualche giorno prima di mettere a verbale le sue confessioni.

Nell’agosto 1989 inizia a collaborare coi magistrati anche il mafioso Giuseppe Pellegriti, fornendo preziose informazioni sull’omicidio del giornalista Giuseppe Fava e rivelando al pubblico ministero Libero Mancuso di essere venuto a conoscenza, tramite il boss Nitto Santapaola, di fatti inediti sul ruolo del politico Salvo Lima negli omicidi di Piersanti Mattarella e Pio La Torre. Mancuso informa subito Falcone che interroga il pentito a sua volta e, dopo due mesi di indagini, lo incrimina insieme ad Angelo Izzo, spiccando nei loro confronti due mandati di cattura per calunnia (poi annullati dal "Tribunale della Libertà" in quanto essi erano già in carcere). Dopo l’incriminazione Pellegriti ritratta, attribuendo a Izzo di essere l’ispiratore delle accuse.

Lima e la corrente di Giulio Andreotti, erano spregiati dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando e da tutto il movimento antimafia, e l’incriminazione di Pellegriti viene vista come una sorta di cambiamento di rotta del giudice dopo il fallito attentato, tanto da ricevere nuove e dure critiche al suo operato da parte di esponenti come Carmine Mancuso, Alfredo Galasso e in maniera minore anche da Nando Dalla Chiesa, figlio del compianto generale. Gerardo Chiaromonte, presidente della Commissione Antimafia, scriverà poi, in riferimento al fallito attentato all’ "Addaura" contro Falcone: "I seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità".

Nel gennaio 1990 Falcone coordina un’altra importante inchiesta che porta all’arresto di trafficanti di droga colombiani e siciliani. Ma a maggio riesplode, violentissima, la polemica, allorquando Orlando interviene alla seguitissima trasmissione televisiva di Rai 3, "Samarcanda", dedicata all’omicidio di Giovanni Bonsignore, scagliandosi contro Falcone, che, a suo dire, avrebbe "tenuto chiusi nei cassetti" una serie di documenti riguardanti i delitti eccellenti della mafia. Le accuse erano indirizzate anche verso il giudice Roberto Scarpinato, oltre che al procuratore Pietro Giammanco, ritenuto vicino ad Andreotti. Si asseriscono responsabilità politiche alle azioni della "cupola mafiosa" (il cosiddetto "terzo livello"), ma Falcone dissente sostanzialmente da queste conclusioni, sostenendo come sempre la necessità di prove certe e bollando simili affermazioni come "cinismo politico". Rivolto direttamente a Orlando, dirà: "Se il sindaco di Palermo sa qualcosa, faccia nomi e cognomi, citi i fatti, si assuma le responsabilità di quel che ha detto. Altrimenti taccia: non è lecito parlare in assenza degli interessati".

Nel settembre 1991 Salvatore Cuffaro, all’epoca deputato regionale, interviene a una puntata speciale della trasmissione televisiva "Samarcanda" condotta da Michele Santoro in collegamento con il "Maurizio Costanzo Show" e dedicata alla commemorazione dell’imprenditore Libero Grassi, ucciso dalla mafia. _ In quella occasione, Cuffaro - presente tra il pubblico - si scaglia con veemenza contro conduttori e ospiti (tra cui Falcone), sostenendo come le iniziative portate avanti da un certo tipo di "giornalismo mafioso" siano degne dell’attività mafiosa vera e propria, tanto criticata, e comunque lesive della dignità della Sicilia. Cuffaro parla di certa magistratura "che mette a repentaglio e delegittima la classe dirigente siciliana", con chiaro riferimento a Mannino, in quel momento uno dei politici più influenti della D.C. (Democrazia Cristiana).

La polemica sancisce la rottura del fronte antimafia, e da allora in poi "Cosa Nostra" si avvantaggerà della tensione strisciante nelle istituzioni, cosa che avvelenerà sempre più il clima attorno a Falcone, isolandolo.
Alle successive elezioni dei membri togati del Consiglio Superiore della Magistratura del 1990, Falcone è candidato per le liste collegate a "Movimento per la giustizia" e a "Proposta 88", ma non viene eletto.
Fattisi poi via via sempre più aspri i dissensi con Giammanco, Falcone decide di accettare la proposta di Claudio Martelli, allora vicepresidente del Consiglio e ministro di Grazia e Giustizia ad interim, di dirigere la Sezione Affari Penali del Ministero.

In questo periodo, che va dal 1991 alla sua morte, Falcone è molto attivo, cercando in ogni modo di rendere più incisiva l’azione della Magistratura contro il crimine. Tuttavia, la vicinanza di Giovanni Falcone al socialista Claudio Martelli costa al magistrato siciliano violenti attacchi da buona parte del mondo politico. In particolare, l’appoggio di Martelli fa destare sospetti da parte dei partiti di centro-sinistra che fino ad allora avevano appoggiato una possibile candidatura di Falcone.
Falcone in realtà profonde tutta la propria professionalità nel preparare leggi che il Parlamento avrebbe successivamente approvato, in particolare sulla Procura Nazionale Antimafia.
Alcuni magistrati, tra i quali lo stesso Paolo Borsellino, criticano poi il progetto della "Superprocura", denunciando il rischio che essa possa costituire paradossalmente un elemento strategico nell’allontanamento di Falcone dal territorio siciliano e nella neutralizzazione reale delle sue indagini.

Il 15 ottobre 1991 Giovanni Falcone è costretto a difendersi davanti al C.S.M. in seguito all’esposto presentato il mese prima (l’11 settembre) da Leoluca Orlando. L’esposto contro Falcone é il punto di arrivo della serie di accuse mosse da Orlando al magistrato palermitano, il quale ribatte ancora alle accuse definendole "eresie, insinuazioni" e "un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario".
Sempre davanti al C.S.M. Falcone, commentando il clima di sospetto creatosi a Palermo, afferma che "non si può investire nella cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo".

In questo contesto fortemente negativo, nel marzo 1992 viene assassinato Salvo Lima, omicidio che rappresenta un importante segnale dell’inasprimento della strategia mafiosa. La mafia rompe gli equilibri consolidati e alza il tiro verso lo Stato, per ridefinire alleanze e possibili collusioni. Falcone era stato informato poco più di un anno prima con un dossier dei Carabinieri del ROS che analizzava l’imminente neo-equilibrio tra mafia, politica ed imprenditoria, ma il nuovo incarico non gli aveva permesso di ottemperare a ulteriori approfondimenti.
Il ruolo di "Superprocuratore" a cui sta lavorando avrebbe consentito di realizzare un potere di contrasto alle organizzazioni mafiose sin lì impensabile. Ma ancor prima di essere formalmente indicato, si riaprono ennesime polemiche sul timore di una riduzione dell’autonomia della Magistratura e una subordinazione della stessa al potere politico. Esse sfociano per lo più in uno sciopero dell’Associazione Nazionale Magistrati e nella decisione del Consiglio Superiore della Magistratura che per la carica gli oppone inizialmente Agostino Cordova.

Sostenuto da Martelli, Falcone risponde sempre con lucidità di analisi e limpidezza di argomentazioni, intravedendo presumibilmente che il coronamento della propria esperienza professionale avrebbe definito nuovi e più efficaci strumenti al servizio dello Stato. Eppure, nonostante la sua determinazione, egli é sempre più solo all’interno delle istituzioni, condizione questa che prefigurerà la sua fine.

Emblematicamente Falcone ottiene la nomina a "Superprocuratore" il giorno prima della sua morte.
Nell’intervista rilasciata a Marcelle Padovani per "Cose di Cosa Nostra", Falcone attesta la sua stessa profezia: "Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere."

Falcone muore a Palermo il 23 maggio 1992 a seguito di un attentato di mafia avvenuto a Capaci dove trovano la morte anche la moglie e tre agenti della scorta.

E’ insignito della Medaglia d’Oro al valor civile con le seguenti motivazioni:
"Magistrato tenacemente impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata, consapevole dei rischi cui andava incontro quale componente del "pool" antimafia, dedicava ogni sua energia a respingere con rigorosa coerenza la sfida sempre più minacciosa lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico. Proseguiva poi tale opera lucida, attenta e decisa come Direttore degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia ma veniva barbaramente trucidato in un vile agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificando la propria esistenza, vissuta al servizio delle Istituzioni."
Palermo, 5 agosto 1992

Al magistrato, in Sicilia e nel resto d’Italia sono state dedicate molte scuole e strade, nonché una piazza nel centro di Palermo.
Un albero situato di fronte l’ingresso del suo appartamento, in via Emanuele Notarbartolo a Palermo, raccoglie messaggi, regali e fiori dedicati al giudice: è "l’albero Falcone".
Il 23 gennaio 2008, su proposta dell’allora sindaco Walter Veltroni, con una risoluzione approvata all’unanimità dal Consiglio dell’VIII Municipio di Roma, la località Ponte di Nona è stata rinominata Villaggio Falcone in suo onore.
Attualmente all’uscita di Capaci, dov’è avvenuto l’attentato, è eretta una colonna che espone i nomi delle vittime di quel 23 maggio 1992.
La Corte Suprema degli Stati Uniti, massimo organo giurisdizionale U.S.A., ricorda il 29 ottobre 2009 Giovanni Falcone in una seduta solenne quale "martire della causa della giustizia".
L’aeroporto internazionale "Falcone e Borsellino" (ex "Punta Raisi" di Palermo) e un’aula della facoltà di Giurisprudenza all’Università di Roma La Sapienza sono state intitolati a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Vai alla scheda: "Falcone e Borsellino - un binomio inscindibile, un articolo di Francesco La Licata".

Vai alla scheda: "Alle vittime delle stragi mafiose di Capaci e Palermo - lapide commemorativa - via Cilea 30 - nell’atrio del Commissariato di Pubblica Sicurezza".

Vai alla scheda: Agli agenti delle scorte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino - lapide commemorativa - via Diaz angolo via Martinelli - nel parco di Villa di Breme Gualdoni Forno".

Vai alla scheda:"Alle vittime della mafia - opera scultorea - via Gorki, 106 - nel parco del Centro Scolastico Parco Nord."



GALLERIA FOTOGRAFICA

Giovanni Falcone

Con Paolo Borsellino e Giovanni Barrile
« © Franco Zecchin »

Giovanni Falcone

Giovanni Falcone

Giovanni Falcone

Giovanni Falcone

Con la moglie Francesca Morvillo
« © Franco Zecchin »

L’albero dedicato a Giovanni Falcone

Il murales a loro dedicato

Rosone in bronzo, opera di Tommaso Geraci, commemora Falcone e Borsellino presso l’aeroporto di Palermo a loro dedicato

Francobollo dedicato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Il Comitato dei Lenzuoli di Palermo