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La deportazione delle donne. Se questa è una donna

Giorno della Memoria 2014

SE QUESTA E’ UNA DONNA


Le donne deportate subirono traumi laceranti per gli orrori e le umiliazioni che conobbero fin dal primo giorno di arrivo nei campi, con la conseguenza che molte non riuscirono neppure a raccontare la loro drammatica esperienza.

Nei Lager ci furono donne a cui vennero strappati i figli, altre che li videro morire, donne che diventarono madri nei Lager, madri e figlie accomunate dallo stesso destino senza la possibilità di supportarsi.

Ha detto Anna Bravo "Essere prigioniere vuol dire dover esporre in pubblico, a sguardi aguzzini, corpi abituati dal costume di quegli anni a un pudore rigoroso; vedere quelli di altre, magari anziane, e restarne turbate, subire la violenza per poter sopravvivere, non potersi più riconoscere nella propria immagine fisica. Vuol dire vivere con bambini destinati a sparire, con compagne che arrivano incinte nel Lager e si affannano per nutrire un figlio che verrà ucciso appena nato; scoprire nelle donne ed anche in se stesse una distruttività che non si sarebbe mai immaginata; subire, spinta all’estremo, una vita promiscua di cui non si ha alcuna esperienza, neppure quella che agli uomini viene dall’aver fatto il servizio militare e la guerra".

Possiamo immaginare questa Donna sul cui corpo mani estranee, con rasoi poco affilati, effettuano la depilazione delle parti intime. Questa Donna alla quale vengono tosati i capelli che cadono a ciocche ai suoi piedi e alla quale viene impresso un numero sul braccio. Questa Donna con vestiti e mutande che cadono, calze che si ripiegano sulle gambe, scarpe spaiate e una lotta vana per arginare il flusso mestruale.
Possiamo immaginare questa Donna mentre subisce la disinfestazione (che avveniva, il più delle volte, con uno straccio imbevuto di petrolio), questa Donna, tra le altre in fila, nuda e tremante, bersaglio di sguardi sprezzanti, risate sfrenate e sputi sui capezzoli da parte degli aguzzini. Questa Donna, con il costante terrore di non superare la selezione o di divenire cavia per esperimenti medici, oppure, se di bell’aspetto, di finire nei bordelli delle SS.

Le cinque deportate di Cinisello Balsamo

Cinquantatre furono i deportati di Cinisello Balsamo, tra di loro cinque donne, tutte operaie della Breda, le uniche che vennero deportate ad Auschwitz-Birkenau.
Angelica Belloni di Balsamo, 18 anni, Maria Corneo di Sesto San Giovanni, 24 anni, Rosa Crovi di Balsamo, 16 anni, Maria Fugazza di Cinisello, 19 anni e Ines Gerosa di Cinisello che aveva 19 anni compiuti da pochi giorni.
Erano ragazze molto giovani, in particolare Rosa Crovi, che tutti chiamavano Rosella, era la più giovane di tutti i deportati dell’area industriale di Sesto San Giovanni.

Furono arrestate tutte insieme, la notte tra il 13 e il 14 marzo 1944.
A parte Angelica Belloni che seguì percorsi diversi, le altre, un gruppo di otto donne tutte della Breda, rimasero quasi sempre insieme e questo fu per loro un piccolo sostegno per affrontare il dramma.

Cosa possono aver provato delle ragazze, prelevate da casa di notte, senza una spiegazione, e portate in carcere senza l’accusa di un reato?
I militi fascisti fecero credere ai familiari che le avrebbero portate a lavorare in Germania; allora i genitori fecero i debiti per portare loro in carcere tutto l’occorrente per potersi vestire e lavare durante la permanenza in Germania.

I loro familiari, con quelli di altri deportati, andarono a Bergamo, dove erano state rinchiuse nella Caserma di Cavalleria Umberto I, buttate a dormire sulla paglia. Riuscirono unicamente ad assistere al triste corteo di quei disperati, a piedi dalla caserma alla stazione, da dove dovevano partire verso i Lager in Austria e in Germania. Ai lati, i parenti cercarono di salutarle, di abbracciarle, di avvicinarsi. Ma i soldati urlando impedirono ogni contatto.
Lì i fascisti consegnarono i deportati ai nazisti.

Quelle povere ragazze partirono così, con la valigia che le famiglie avevano preparato per loro, su vagoni piombati, stipate con gli altri deportati. Tre giorni di viaggio.
Arrivarono a Linz e Mauthausen in un giorno che avrebbe dovuto essere di festa: era l’8 aprile, la vigilia di Pasqua. A piedi per chilometri, gli ultimi in salita verso il campo di Mauthausen, arrancando con la loro valigia. E poi Vienna e poi Auschwitz-Birkenau, sempre con la valigia.

Solo allora compresero in che inferno erano arrivate. Solo dopo la doccia, la rasatura della testa e il numero inciso sul braccio, portarono loro via la valigia e in cambio ricevettero una divisa a strisce e un paio di zoccoli spaiati.

Privazioni, paura, fatica. Lavoravano anche dodici ore al giorno, nel Lager o nei campi, nelle fabbriche, sotto i bombardamenti. La mattina facevano l’appello e sceglievano i gruppi di lavoro e poi in marcia a tempo di musica verso la destinazione; e se non marciavano a tempo, aizzavano i cani.
Giovani ragazze costrette anche a trasportare i cadaveri al forno crematorio.
Erano affamate perché lavoravano tanto, ricevevano poco da mangiare, rape e carote, e poca acqua, tutto in ciotole ruggini.

E poi le selezioni. Chi non reggeva veniva eliminato. Oppure contavano l’undicesimo della fila, un numero a caso, mai lo stesso, ed eri morto.
La privazione e la paura sono il primo passo verso l’annientamento della persona. Nel campo dovevano sfilare nude, anche quelle anziane, davanti ai soldati e davanti ai kapò.
Queste sono cose che non si dimenticano più.

Rosa Crovi dopo il ritorno non riuscì più a dormire al buio. Tutte le notti erano incubi. Ines Gerosa ebbe la salute minata, problemi ai polmoni che la costrinsero negli ultimi anni della sua vita a stare attaccata alla bombola d’ossigeno.

Erano dimagrite per la fame e i patimenti subiti, ma tornarono gonfie, quasi irriconoscibili. Alle donne davano infatti dei medicinali per bloccare il ciclo mestruale.
Rosa Crovi quando è tornata ha trovato i paramenti funebri con il suo nome.

Diceva Ines Gerosa: “Credevano che fossimo andate volontarie per andare con i tedeschi, noi donne siamo state giudicate così quando siamo tornate, è stato uno schiaffo morale più di quello che abbiamo subito là”.

Per le donne il reinserimento nella vita di tutti i giorni fu tremendo: affrontare le malelingue, la cattiveria e l’ignoranza della gente.
Dopo la guerra nessuno voleva più sentire storie tristi, tutti volevano dimenticare e ricominciare da capo. Alcuni dei loro racconti, poi, erano davvero difficili da credere. Quello che avevano vissuto era veramente incredibile, l’indicibile di cui parlava Primo Levi.

Eppure, nonostante le sofferenze e le umiliazioni subite, quel numero inciso sul braccio lo hanno sempre portato con orgoglio.

Per approfondire:

I miei occhi sul tuo cuore, film di Antonella Restelli, 2013

Intervento di Liliana Segre a Cinisello Balsamo, Consiglio comunale del 19 maggio 2011

Il Lager di Ravensbrück

Giovanna e Paolo Massariello, figli della deportata Maria Arata, presentano la loro ricerca sulle donne deportate nel Lager di Ravensbrück

Lucia Massariello, figlia di Maria Arata, racconta la deportazione di sua madre

Vai alle iniziative per il Giorno della Memoria 2014

Le biografie

PDF - 2.3 Mb
Mirella Stanzione, biografia
PDF - 592.2 Kb
Maria Rudolf, biografia
PDF - 520.3 Kb
Giovanna Massariello, biografia
PDF - 417.3 Kb
Antonella Restelli, biografia
PDF - 159.8 Kb
Sinossi del film di Antonella Restelli "I miei occhi sul tuo cuore"
Data ultima modifica: 2 agosto 2017

SE QUESTA E’ UNA DONNA


Le donne deportate subirono traumi laceranti per gli orrori e le umiliazioni che conobbero fin dal primo giorno di arrivo nei campi, con la conseguenza che molte non riuscirono neppure a raccontare la loro drammatica esperienza.

Nei Lager ci furono donne a cui vennero strappati i figli, altre che li videro morire, donne che diventarono madri nei Lager, madri e figlie accomunate dallo stesso destino senza la possibilità di supportarsi.

Ha detto Anna Bravo "Essere prigioniere vuol dire dover esporre in pubblico, a sguardi aguzzini, corpi abituati dal costume di quegli anni a un pudore rigoroso; vedere quelli di altre, magari anziane, e restarne turbate, subire la violenza per poter sopravvivere, non potersi più riconoscere nella propria immagine fisica. Vuol dire vivere con bambini destinati a sparire, con compagne che arrivano incinte nel Lager e si affannano per nutrire un figlio che verrà ucciso appena nato; scoprire nelle donne ed anche in se stesse una distruttività che non si sarebbe mai immaginata; subire, spinta all’estremo, una vita promiscua di cui non si ha alcuna esperienza, neppure quella che agli uomini viene dall’aver fatto il servizio militare e la guerra".

Possiamo immaginare questa Donna sul cui corpo mani estranee, con rasoi poco affilati, effettuano la depilazione delle parti intime. Questa Donna alla quale vengono tosati i capelli che cadono a ciocche ai suoi piedi e alla quale viene impresso un numero sul braccio. Questa Donna con vestiti e mutande che cadono, calze che si ripiegano sulle gambe, scarpe spaiate e una lotta vana per arginare il flusso mestruale.
Possiamo immaginare questa Donna mentre subisce la disinfestazione (che avveniva, il più delle volte, con uno straccio imbevuto di petrolio), questa Donna, tra le altre in fila, nuda e tremante, bersaglio di sguardi sprezzanti, risate sfrenate e sputi sui capezzoli da parte degli aguzzini. Questa Donna, con il costante terrore di non superare la selezione o di divenire cavia per esperimenti medici, oppure, se di bell’aspetto, di finire nei bordelli delle SS.

Le cinque deportate di Cinisello Balsamo

Cinquantatre furono i deportati di Cinisello Balsamo, tra di loro cinque donne, tutte operaie della Breda, le uniche che vennero deportate ad Auschwitz-Birkenau.
Angelica Belloni di Balsamo, 18 anni, Maria Corneo di Sesto San Giovanni, 24 anni, Rosa Crovi di Balsamo, 16 anni, Maria Fugazza di Cinisello, 19 anni e Ines Gerosa di Cinisello che aveva 19 anni compiuti da pochi giorni.
Erano ragazze molto giovani, in particolare Rosa Crovi, che tutti chiamavano Rosella, era la più giovane di tutti i deportati dell’area industriale di Sesto San Giovanni.

Furono arrestate tutte insieme, la notte tra il 13 e il 14 marzo 1944.
A parte Angelica Belloni che seguì percorsi diversi, le altre, un gruppo di otto donne tutte della Breda, rimasero quasi sempre insieme e questo fu per loro un piccolo sostegno per affrontare il dramma.

Cosa possono aver provato delle ragazze, prelevate da casa di notte, senza una spiegazione, e portate in carcere senza l’accusa di un reato?
I militi fascisti fecero credere ai familiari che le avrebbero portate a lavorare in Germania; allora i genitori fecero i debiti per portare loro in carcere tutto l’occorrente per potersi vestire e lavare durante la permanenza in Germania.

I loro familiari, con quelli di altri deportati, andarono a Bergamo, dove erano state rinchiuse nella Caserma di Cavalleria Umberto I, buttate a dormire sulla paglia. Riuscirono unicamente ad assistere al triste corteo di quei disperati, a piedi dalla caserma alla stazione, da dove dovevano partire verso i Lager in Austria e in Germania. Ai lati, i parenti cercarono di salutarle, di abbracciarle, di avvicinarsi. Ma i soldati urlando impedirono ogni contatto.
Lì i fascisti consegnarono i deportati ai nazisti.

Quelle povere ragazze partirono così, con la valigia che le famiglie avevano preparato per loro, su vagoni piombati, stipate con gli altri deportati. Tre giorni di viaggio.
Arrivarono a Linz e Mauthausen in un giorno che avrebbe dovuto essere di festa: era l’8 aprile, la vigilia di Pasqua. A piedi per chilometri, gli ultimi in salita verso il campo di Mauthausen, arrancando con la loro valigia. E poi Vienna e poi Auschwitz-Birkenau, sempre con la valigia.

Solo allora compresero in che inferno erano arrivate. Solo dopo la doccia, la rasatura della testa e il numero inciso sul braccio, portarono loro via la valigia e in cambio ricevettero una divisa a strisce e un paio di zoccoli spaiati.

Privazioni, paura, fatica. Lavoravano anche dodici ore al giorno, nel Lager o nei campi, nelle fabbriche, sotto i bombardamenti. La mattina facevano l’appello e sceglievano i gruppi di lavoro e poi in marcia a tempo di musica verso la destinazione; e se non marciavano a tempo, aizzavano i cani.
Giovani ragazze costrette anche a trasportare i cadaveri al forno crematorio.
Erano affamate perché lavoravano tanto, ricevevano poco da mangiare, rape e carote, e poca acqua, tutto in ciotole ruggini.

E poi le selezioni. Chi non reggeva veniva eliminato. Oppure contavano l’undicesimo della fila, un numero a caso, mai lo stesso, ed eri morto.
La privazione e la paura sono il primo passo verso l’annientamento della persona. Nel campo dovevano sfilare nude, anche quelle anziane, davanti ai soldati e davanti ai kapò.
Queste sono cose che non si dimenticano più.

Rosa Crovi dopo il ritorno non riuscì più a dormire al buio. Tutte le notti erano incubi. Ines Gerosa ebbe la salute minata, problemi ai polmoni che la costrinsero negli ultimi anni della sua vita a stare attaccata alla bombola d’ossigeno.

Erano dimagrite per la fame e i patimenti subiti, ma tornarono gonfie, quasi irriconoscibili. Alle donne davano infatti dei medicinali per bloccare il ciclo mestruale.
Rosa Crovi quando è tornata ha trovato i paramenti funebri con il suo nome.

Diceva Ines Gerosa: “Credevano che fossimo andate volontarie per andare con i tedeschi, noi donne siamo state giudicate così quando siamo tornate, è stato uno schiaffo morale più di quello che abbiamo subito là”.

Per le donne il reinserimento nella vita di tutti i giorni fu tremendo: affrontare le malelingue, la cattiveria e l’ignoranza della gente.
Dopo la guerra nessuno voleva più sentire storie tristi, tutti volevano dimenticare e ricominciare da capo. Alcuni dei loro racconti, poi, erano davvero difficili da credere. Quello che avevano vissuto era veramente incredibile, l’indicibile di cui parlava Primo Levi.

Eppure, nonostante le sofferenze e le umiliazioni subite, quel numero inciso sul braccio lo hanno sempre portato con orgoglio.

Per approfondire:

I miei occhi sul tuo cuore, film di Antonella Restelli, 2013

Intervento di Liliana Segre a Cinisello Balsamo, Consiglio comunale del 19 maggio 2011

Il Lager di Ravensbrück

Giovanna e Paolo Massariello, figli della deportata Maria Arata, presentano la loro ricerca sulle donne deportate nel Lager di Ravensbrück

Lucia Massariello, figlia di Maria Arata, racconta la deportazione di sua madre

Vai alle iniziative per il Giorno della Memoria 2014

Le biografie

PDF - 2.3 Mb
Mirella Stanzione, biografia
PDF - 592.2 Kb
Maria Rudolf, biografia
PDF - 520.3 Kb
Giovanna Massariello, biografia
PDF - 417.3 Kb
Antonella Restelli, biografia
PDF - 159.8 Kb
Sinossi del film di Antonella Restelli "I miei occhi sul tuo cuore"
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